La tradizione occidentale ci ha abituati al sofferto lavorio della parola poetica, così come all’invadenza dell’io e alle connesse tavolozze umorali: da Petrarca a Leopardi, da Mallarmé a Rilke. Diametralmente opposta l’esperienza nata in seno al buddhismo Zen, laddove il testo, come ben precisa Marcello Ghilardi, “non è il prodotto di una soggettività forte, di una creatività personale e ben strutturata”, ma piuttosto “l’evento che accade gratuitamente, una volta liberata la mente da ogni residuo intenzionale e soggettivistico”. Il saggio indaga, per sintetici scorci, l’intera tradizione dai Fujiwara a Ueda Chōsū, soffermandosi sul fecondo patrimonio lessicale relativo al pensiero filosofico e alla produzione letteraria. Le fonti illuminano il cammino, spesso in forma di riflessione teorica da parte degli stessi autori: “Una poesia eccelsa non è composta quando l’autore possiede un piano tematico definito e una chiara visione, che sente di poter esprimere immediatamente, ma piuttosto quando un piano tematico e una visione della poesia vengono a lui dal profondo, senza che sia lui a produrli”, scrive Fujiwara Teika. Sarà infine il lettore a trascegliere l’haiku meno invischiato, più sciolto e connettivo, dentro la ricorrente sua brevitas nuda, scabra ed essenziale.